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Impresa Alimentare Domestica. Ora si può fare!

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A cura di Giovanni Santandrea, Transition Italia

 

In molti modi e occasioni, nelle pagine di Vivere Sostenibile, si è parlato di come ricercare e inventare nuovi lavori e attività che rispondessero alle esigenze di cambiamento e sostenibilità così fortemente espresse da questi nostri tempi. Aumentano sempre più le persone che ad un certo punto della loro vita vogliono dare un significato diverso alla loro sfera lavorativa e professionale.

E’ possibile avviare una propria attività, dove investire creatività, interessi e passioni?

Stanno nascendo varie possibilità in svariati settori. Tra questi è certamente molto interessante il settore delle produzioni agroalimentari.

Questo è un settore produttivo strettamente collegato con la resilienza della comunità locale, perché ha un’importanza strategica nella rilocalizzazione della catena di produzione che assicura cibo alla comunità. In quella catena agroalimentare, dopo la produzione agricola in campo, si collocano tutti i processi di trasformazione, che operano al fine di realizzare cibi adatti alla conservazione, distribuzione e commercializzazione.

E’ possibile ripensare al settore agroalimentare in dimensione locale? Possiamo uscire dalla dipendenza esclusiva dei prodotti offerti dalla grande industria agroalimentare?

Per fare questo ci sono molte possibilità. In questo articolo cercheremo di esplorare le potenzialità di quelle che tecnicamente vengono definite Imprese Alimentari Domestiche.

Di cosa si tratta? Quali sono le leggi e le normative che le regolano?

Le IAD sono realtà ancora poco conosciute in Italia. A partire dal 2014, prevalentemente nel Nord Italia, sono nate alcune decine di queste esperienza.

Dalla sigla è abbastanza ovvio che con quell’etichetta si identificano vere e proprie imprese che vengono avviate utilizzando gli spazi domestici. E’ un’attività di lavoro indipendente che fino ad ora ha visto l’interesse prevalente delle donne che vogliono conciliare gli impegni di lavoro con quelli della cura famigliare.  Dal punto di vista della normativa di settore, la microimpresa domestica è una piccola impresa inquadrabile nel settore artigianato.

I primi pionieristici progetti, non senza difficoltà burocratiche, sono potuti nascere facendo riferimento al regolamento CE 852/2004 che nel capitolo 3 del suo allegato 2, elenca  esplicitamente le abitazioni private quali sedi ove è possibile preparare alimenti al fine della loro commercializzazione.  Allo stesso capitolo, con precisione, vengono definite le linee guida per una corretta definizione di “luogo adeguato”, in termini di igiene e pulizia, di attrezzature di lavaggio, di condizioni di temperatura adatte alla conservazione degli alimenti trattati. Se qualcuno avesse voglia di avviare una IAD è importante che parta proprio da una attenta lettura di quel regolamento comunitario.

Al momento non esistono ancora linee guida nazionali a cui fare riferimento. Solo la Regione Piemonte ha definito alcuni criteri. Ad esempio il locale (cucina familiare e cucina microimpresa) può essere lo stesso a patto che ci sia una valutazione preventiva e quindi un’autorizzazione ufficiale da parte della ASL competente. Se manca tale autorizzazione bisogna prevedere locali separati, e quindi si riducono notevolmente le possibilità di realizzazione.

Per poter operare correttamente è bene conoscere, ed applicare, altri regolamenti dell’Unione Europea.

Il Regolamento CE 1169/2011 contiene le normative di riferimento per l’etichettatura alimentare, mentre il Regolamento CE 178/2002 definisce le regole per la rintracciabilità degli alimenti.

Se una persona è interessata ad avviare una IAD da dove deve cominciare?

Prima di esaminare le questioni tecniche e burocratiche bisogna dire con assoluta chiarezza che prima è importante definire il progetto generale, insomma è necessario mettere a fuoco l’idea vincente che caratterizzi la propria produzione. Tale idea, per poter sopravvivere, dovrà competere con la grande produzione industriale. Per fare questo non è male sperimentarsi con produzioni da regalare ad amici e parenti. Sicuramente potranno restituire preziosi feedback per dare una direzione vincente ai propri sogni. Sperimentare in questa modalità non richiede investimenti, non presenta particolari ostacoli burocratici, e in modo semplice costituirà un primo test per valutare le proprie capacità, e capire se si vuole veramente intraprendere la strada della IAD.

In questa fase sarà anche molto utile provare a redigere un business plan che, se fatto con cura, ci restituirà degli importanti indicatori di fattibilità del progetto imprenditoriale.

Per completare la preparazione, prima di passare alla fase operativa, è consigliabile anche verificare se esistono bandi a sostegno alla propria impresa. Questi aspetti possono essere anche affrontati con il supporto delle organizzazioni di categoria.

E poi concretamente quali sono i passi successivi? A chi bisogna comunicare l’inizio della propria attività di impresa? Quali sono i costi che si devono affrontare?

Nella creazione di una IAD esistono molte variabili che dipendono dal contesto del territorio in cui si opera. Proviamo a dare alcune indicazioni che dovrebbero essere comunque valide.

  • Il primo passo, a meno di non esserne già in possesso, è quello di ottenere la certificazione HACCP che fornisce le nozioni necessarie per prevenire la contaminazione degli alimenti. Bisogna frequentare un corso della durata di 8 ore. Periodicamente, in modo analogo agli aggiornamenti per gli addetti alla sicurezza, è obbligatorio un corso di aggiornamento. Ha un costo molto variabile, dipende dal soggetto che lo eroga. Esistono anche corsi via web;
  • Bisogna inoltrare al SUAP (Sportello Unico Attività Produttive) del Comune in cui opera la SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività). Da qualche anno il Governo italiano ha introdotto normative di semplificazione per l’apertura di nuove attività. Consultare il sito: impresainungiorno.gov.it;
  • Richiesta di permessi all’ASL, la quale avrà anche il compito di verificare le carattersitiche domestiche ed, eventualmente, indicare adattamenti e modifiche strutturali;
  • Allo stato attuale delle cose è poi obbligatoria l’iscrizione alla CCIAA (Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura);
  • E ovvio che è necessario aprire una partita IVA che permette di poter fatturare ai propri clienti. In questa fase è bene farsi consigliare da una bravo commercialista per scegliere bene il regime contabile fiscale. Questo passaggio si può fare solo dopo aver effettuato la registrazione, a fini contributivi, della propria attività all’INPS.

Questi sono i passaggi fondamentali per potere iniziare a produrre e trasformare in casa propria alimenti e cibi, e tutti hanno un costo. Poi sono da considerare i costi di adeguamento locali e macchinari necessari. Questi sono molto variabili, in funzione delle specifiche esigenze.

Sicuramente è da preventivare un investimento iniziale di qualche migliaio di euro.

A chi si può chiedere supporto?

Per gli aspetti di base, come accennato prima, si può far riferimento alle associazioni di categoria.

Fortunatamente per gli aspetti più specifici delle IAD, si è da poco costituita l’associazione IAD Italia. E’ nata a partire dall’esperienza sul campo e dall’entusiasmo di alcune donne che per prime hanno realizzato la loro IAD. I servizi che offre l’associazione agli associati sono molteplici:

  • sportello informativo di orientamento
  • consulenza e assistenza per l’apertura di un’impresa alimentare domestica;
  • rete di professionisti per l’assistenza legale, commerciale e tecnica necessaria alla vita della IAD;
  • promozione delle attività commerciali degli associati attraverso eventi e accordi con partner commerciali.
  • coordinamento organizzativo, a livello locale e nazionale, delle imprese alimentari domestiche e delle loro iniziative;
  • valorizzazione e salvaguardia delle attività artigianali di interesse culturale legate alla produzione, conservazione e trasformazione degli alimenti.

Per conoscere meglio IAD Italia si può visitare la loro pagina Facebook, oppure scrivere loro una mail all’indirizzo: associazione.iaditalia@gmail.com