Terre abbandonate

di Lucio Cavazzoni

Perché le terre di collina e montagna meno produttive e a rischio abbandono rappresentano una opportunità importante per un diverso tipo di cibo: cibo “artigiano, per la salute”.

La terra, quella dove viviamo, quella che calpestiamo non ancora nascosta da asfalto e cemento, quella che fa nascere i prodotti di cui ci nutriamo, non è mai stata privatizzata da un numero così grande di great landowners.

Vengono accaparrate le terre più fertili e ricche di acqua e al contempo altra terra viene abbandonata. E’ il caso delle zone montane e collinari che non hanno potuto competere con una sempre maggior industrializzazione dei processi agricoli e zootecnici.

Sono evidenti oggi le forti pressioni che riguardano la terra e si fatica ad avere stime precise. La Banca Mondiale valutava nel 2011 oltre 50 milioni gli ettari acquisiti attraverso la pratica del land grabbing (oggi forse il doppio).

Sono milioni le persone nel mondo obbligate a migrare perché la loro terra non può più essere la loro casa.

In Italia sono ben 300.000 gli ettari abbandonati negli ultimi 10 anni e più in generale, l’attività agricola di piccola e media dimensione – tanto importante in tutto il mondo per la sostenibilità ambientale e sociale di territori e comunità – viene cancellata a favore di un’agricoltura realizzata su grandi estensioni, con un elevato livello di meccanizzazione.

Mentre l’urbanizzazione nel pianeta continua a ritmi serrati, sembra che la terra debba assolvere al solo compito di produrre, in modo sempre più intensivo e automatizzato, materie prime a buon mercato per una standardizzata trasformazione in cibo industriale.

Il consumo di fertilizzanti di sintesi, pesticidi, erbicidi, tutti provenienti dal petrolio, sono in costante aumento.

Sotto la pressione di una popolazione mondiale che viene rappresentata senza limiti di crescita e che diventa subito mercato da soddisfare, l’unica soluzione pare essere la massimizzazione produttiva delle terre più fertili e degli allevamenti.

Non siamo capaci di uscire dalla logica dell’estrazione: si estraggono dai campi e dagli animali allevati il quantitativo massimo di proteine nello stesso modo con cui si estraggono minerali dalle miniere come l’oro, il litio e l’uranio.

Si sacrificano in questo modo i territori e chi li abita, sempre prelevando valore ambientale ed economico per portarlo altrove.

Deforestazione e monoculture come quelle di palma, soia, mais o grano che si estendono per decine di migliaia di ettari, sono al massimo materia di denuncia da parte di alcune ong.

Oltre il 50% di tutti i cereali e legumi prodotti nel mondo sono destinati all’alimentazione animale, forse meglio sarebbe definirla fabbricazione di carne animaleì e alla produzione di biofuel.

Le mucche che hanno accompagnato in molte parti del pianeta la nostra evoluzione nutrendosi in passato solamente di erba, sono diventate il primo antagonista alimentare dell’uomo: per produrre 1 kg di carne, un bovino necessita di oltre 11 kg di cereali e legumi.

Da questo stato di cose si fa strada la concentrazione dei proprietari della terra, dei proprietari degli agro-farmaci, dei proprietari dei semi, del mondo della ricerca scientifica in particolare GMO (genetic modify organism): sempre meno come numero ma più grandi, più forti, più monopolisti: veri proprietari del cibo, del vivente e anche della salute.

Un processo che impoverisce il pianeta che è un bene di tutti, riducendone la dimensione democratica, allontanando sempre più il cibo e il suo modello produttivo dai suoi fruitori che di cibo vivono e traggono da esso salute o infermità.

Un processo che non scambia con la natura e il vivente, ma li domina con l’obiettivo dichiarato di sottomettere entrambi.

Si tratta di una modalità ottocentesca che consuma e non rigenera.

Nell’era dell’antropocene cresce sempre più la consapevolezza che il nostro rapporto con la natura, per gli equilibri necessari alla vita su questo pianeta, dipende in grande misura dalla nostra capacità e responsabilità di relazionarci con essa, senza comprimerla e violarla ma recuperandone il senso della misura e co-esistenza.

Un altro percorso non solo è possibile e augurabile ma necessario, proprio a partire dalle terre, considerate marginali o residuali e in stato di progressivo abbandono. Terre che sono scartate perché meno accessibili, di montagna, di piccole estensioni, impervie o povere d’acqua, non competitive con le produzioni intensive ma ricche di storia, cultura, tradizioni.

Sono terre ancora abitate da una popolazione spesso anziana e resiliente.

In un quadro di forte indirizzo verso una dimensione di sostenibilità vera, queste terre possono e devono essere sede di nuova vita e creatività, di un ripopolamento attivo e socializzante, (perché i territori complessi li si affrontano solo insieme), sede di nuove economie ed ecologie, di un nuovo patto con la natura alla quale restituire in termini di biodiversità ed equilibrio quanto noi prendiamo da essa per le nostre necessità.

Queste sono oggi le terre più disponibili e indicate per produrre un cibo non finalizzato alla quantità ma alla salute, attraverso la scelta di cultivar ricche di sostanza nutritiva (spesso precedenti alle ibridazioni forzate della cosiddetta rivoluzione verde degli anni 60) e di metodi di allevamento integrati in una prospettiva agroecologica, rispettosi del benessere come della etologia degli animali.

Il modello produttivo deve essere profondamente basato su una artigianalità di rete territoriale che consenta di raggiungere direttamente le comunità di riferimento. Queste terre poste ai margini dei grandi processi agroindustriali possono divenire la casa di nuovi “agricoltori custodi”, “artigiani di cibo” che si prendono cura della salute dell’uomo come dell’ambiente.

Il tutto insieme a una collaborazione stretta con le migliori e progressive conoscenze scientifiche e mediche dando inizio ad una storica cooperazione che unisca agricoltori, trasformatori di cibo, scienza e tutte le persone che hanno a cuore veramente salute e ambiente.

Senza dubbio l’ecosistema digitale, la cui funzione destruttura le molte dicotomie del secolo passato, a partire da quella che separa chi produce da chi fruisce dei prodotti, si rivela centrale.

Una tecnologia che si fonda su macchine intelligenti, non basate sulle economie di scala ma che aiutino gli agricoltori e allevatori a produrre cibo finito e non solo materie prime.

Un cibo buono e sano che non si disperda nei grandi mercati delle commodity.

Non solo: si può restituire valore fondiario alle terre indirizzandole verso un nuovo impiego e insieme costituire esperienze di lavoro buono e utile.

Per contribuire a rigenerare territori a rischio di totale abbandono o parziale disinteresse, occorrono nuovi modelli produttivi, di valorizzazione agricola e alimentare che includano produttori e fruitori, oltre le filiere e attraverso un approccio di comunità, di valorizzazione paesaggistica e ambientale, di recupero e riciclo, di trasporto, di produzione energetica pulita, di idee nuove e di un sociale attivo collaborativo e cooperativo.

Solo una progettualità che coinvolga cittadini, agricoltori, imprese, istituzioni, scuole, cultura, commercio, turismo, connessi dalle reti digitali e impegnati in obiettivi, azioni e progettualità comuni e innovative può costruire la sinergia indispensabile per definire nuovi modelli di sostenibilità ecologica ed economica che diano senso e vita a territori oggi in abbandono.

Si tratta di una sfida planetaria, urgente e aperta a tutti coloro che intendono con lavoro e creatività dedicarvisi.

Perché le persone tornino ad appartenere alla terra, alle terre, è necessario che possano abitarle: lavorando, producendo, abitandole bene. Perché ognuno ha il diritto a una terra buona.

Che è anche casa.

 

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