Resistenza o Resilienza?

di Piero Pelizzaro –  Progetto UE LIFE + BLUE AP

Resilienza. Di questo strana parola che sembra una medicina o un nuovo cocktail degli aperitivi milanesi, ne parlano oramai tutti: il World Economic Forum, la Commissione Europea, le Nazioni Unite, la Rockfeller Foundation, ma non ne parlano purtroppo i nostri leader nazionali. Ne parlano soprattutto gli scienziati e le organizzazioni che partecipano attivamente agli accordi internazionali per i cambiamenti climatici. Loro la vedono come la necessaria risposta alla crisi climatica che il nostro pianeta sta affrontando.

Ma cos’è la resilienza? Per molti tecnici la resilienza si associa al Pendolo di Charpy. Nel mondo della scienza dei materiali e nell’ingegneria meccanica è infatti lo strumento usato per misurare la resilienza di un materiale, la capacità cioè di resistere alla rottura a flessione per urto o, spiegato in altre parole, la capacità del materiale di assorbire energia mentre viene deformato elasticamente. A questo concetto prettamente ingegneristico sono stati associati nel tempo significati più trasversali e generali; di resilienza in chiave sociale ed economica abbiamo sentito parlare anche Obama nel suo primo discorso di insediamento alla Casa Bianca nel 2009, di resilienza parlano gli psicologi, che hanno identificato nell’introspezione, nell’indipendenza, nella capacità di relazionarsi con gli altri, nell’iniziativa, nella creatività, nell’altruismo, nell’autostima i pilastri della resilienza personale. Dunque la resilienza è, per un sistema sociale, la capacità di affrontare il cambiamento senza perdere la propria identità; è il segno dell’intelligenza con cui una comunità affronta le proprie difficoltà, senza precludersi alle trasformazioni ma anche mantenendo salde le proprie radici, la propria storia, il tessuto connettivo che sostiene la vita quotidiana, gli scambi sociali, il sistema simbolico che sostiene l’intera collettività.

Ma come si declina questo principio trasversale nell’ambito urbano e delle politiche climatiche? Non è difficile riscontrare come l’ambiente urbano sia particolarmente e ordinariamente sfidato dall’esigenza della resilienza, vuoi nella globalità della propria organizzazione, vuoi in ambienti specifici, che maggiormente sono sensibili e fragili di fronte al cambiamento: ad esempio, i centri storici e le periferie. I primi, spesso caratterizzati dalla presenza delle generazioni anziane o da elementi organizzativi e funzionali tradizionali o potenzialmente rigidi, rischiano la stagnazione o il degrado perché rappresentano lo spazio entro cui si esplicitano comportamenti sociali più prossimi alla resistenza che alla resilienza; il rifiuto del cambiamento e l’arroccamento sul passato spesso decretano l’agonia di ambienti che appaiono sempre più estranei o disadattati rispetto ai dinamismi di una città policentrica e cangiante. Le periferie, invece, pur essendo investite da gravi problematiche legate alla qualità della convivenza e dei servizi, beneficiano generalmente di una consistenza demografica più giovanile, eterogenea, investita da processi di mobilità. Queste caratteristiche della popolazione consentono, nella maggior parte dei casi, una graduale rielaborazione della realtà sociale e processi sincronici di assimilazione e adattamento, che a poco a poco innervano la convivenza con una prassi funzionali alla ricerca di un rinnovato equilibrio fra tradizione e innovazione. La resilienza urbana non può però essere considerata un processo spontaneo; necessita di una chiara intenzionalità; è importante annotare come sia generatrice di speranze che, se adeguatamente supportate sul piano culturale e politico, possono preludere a forme feconde di cittadinanza.

 

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