Per un’etica ambientale: dall’ecologia all’ecosofia

 

Intervista al professor Luciano Valle

 

di Silvano Ventura – direzione@viveresostenibile.net

 

Nato a Fiume nel 1942, Luciano Valle è un filosofo, teologo e ricercatore, impegnato da oltre 30 anni sui temi dell’Etica Ambientale. Nel 2008 fonda l’Associazione “Etica, Sviluppo, Ambiente – Adriano Olivetti”, di cui è attualmente Presidente; dal 2015 è Presidente del Centro di Etica Ambientale di Bergamo, dal 2008 è lettore di Epistemologia nel Master universitario di II livello in “Etnobiofarmacia e utilizzo sostenibile della biodiversità” presso l’Università degli Studi di Pavia. Autore di numerosi importanti testi di riferimento, svolge un’intensa attività di formazione e di sensibilizzazione, attraverso lezioni, conferenze e relazioni nell’ambito di corsi, seminari, workshop e convegni. E’ un appassionato divulgatore di tutte le tematiche che ci insegnano a riconoscere i profondi legami tra noi e l’ambiente.

Domanda: In un recente convegno, Lei ha parlato della necessità di superare l’attuale cultura antropocentrica, che mette l’uomo all’interno dell’attuale sistema di sfruttamento selvaggio delle risorse del nostro pianeta, a favore di un nuovo rapporto di “fraternità” con l’ambiente che ci circonda. Può ampliare per noi questa Sua affascinante visione?

Il tema dell’antropocentrismo è un tema classico nella discussione sul rapporto dell’uomo con la natura, con l’ambiente. L’aveva già sollevato Sofocle nell’Antigone quando parlava dell’uomo come di un essere perturbante, prepotente che tutto voleva sottomettere e dominare. Ora nella modernità l’antropocentrismo è diventato veramente la forma egemone del comportamento dell’uomo. Tant’è che Cartesio, scienziato di grande prestigio, aveva affermato, verso la metà del 1600, che l’uomo doveva porsi come “il padrone e il possessore del mondo”. Tra l’altro l’enciclica “Laudato si’” sottolinea che l‘uomo dell’età moderna si è imposto con un “antropocentrismo deviato”. Finalmente, tuttavia, nella fase attuale della storia umana è emersa una nuova consapevolezza: che l’uomo deve recuperare attraverso la cultura greca, orientale, cristiana e la stessa cultura della scienza biologica ed ecologica il concetto di relazione: “tutto è in relazione, ogni ente è in relazione con ogni altro ente”. Sul piano dell’etica il passaggio è al concetto di fraternità, un concetto che nel Cristianesimo ad esempio ha avuto la sua luce nel messaggio di Francesco d’Assisi: ogni realtà viene da Dio, ogni realtà ha dignità è dev’essere trattata con amore e con rispetto. Il compito dell’uomo allora diventa quello del fratello maggiore che deve tutelare e custodire la creazione e tutte le creature.

 

 

 

 

“La predica agli uccelli” di Giotto, 1295-1299

D: L’agricoltura biologica può essere una risposta, anche culturale, alla crisi di civiltà che viviamo?

L’agricoltura biologica può e deve essere innalzata alla forma eminente, principale, del pensare e dell’agire dell’uomo. Un’agricoltura tuttavia che non pensa solo alla salute degli esseri umani, ma pensa alla salute del pianeta, della casa comune dell’uomo e se c’è salute nel pianeta è perché c’è e cresce e viene tutelata la biodiversità ovvero la forma più importante dell’organizzazione della vita. E tutelare la biodiversità vuol dire tutelare la bellezza della Terra, la bellezza in campo scientifico come varietà delle specie, ma anche la bellezza in senso estetico, perché una agricoltura senza inquinanti chimici mostra la ricchezza di forme, di colore, di presenza della vita. In essa, ad esempio, le api assumono un ruolo fondamentale. Se le api scomparissero, come diceva Einstein “l’umanità avrebbe ancora quattro anni di vita”. Di qui scienza, bellezza e organizzazione complessa della natura sono chiamate a mostrare la loro sintesi. E va ricordato che tutto il dibattito sulla questione ambientale era stato sollevato proprio a partire dall’agricoltura da quando nel 1962 una scienziata che lavorava con il presidente Kennedy, in un libro che è diventato la bibbia dell’ambientalismo, “Primavera Silenziosa”, Rachel Carson denunciò al mondo che l’uso scriteriato dei pesticidi nelle campagne americane stava mettendo a rischio la vita del pianeta e dell’uomo.

 

D: Citando A. Einstein, Lei ha affermato che, come la modernità è nata grazie all’incredibile impulso di scienza e bellezza vissuto nel Rinascimento, una nuova agricoltura che curi l’ambiente, la bio-diversità, il paesaggio e l’uomo, potrebbe essere l’impulso di un neo-rinascimento. Siamo pronti per questa “grande bellezza”?

Attualmente l’essere umano non è sempre pronto a capire, ammirare e vivere la dimensione della bellezza. Nella modernità infatti han prevalso altre componenti della tavola dei valori: l’utile, il successo, il potere, il denaro, dimensioni che hanno impoverito l’essenza dell’uomo. Ecco perché con Einstein e con l’enciclica “Laudato si’” siamo oggi impegnati a rifare l’umanesimo, a mettere al centro i valori della contemplazione, del silenzio, della fraternità, della solidarietà verso gli esseri umani e verso tutte le creature. Ovvero ancora una volta significa richiamare in vita i valori della cultura greca, orientale, cristiana, o in un’altra ottica, dei popoli nativi. I valori, insomma, su cui aveva richiamato l’attenzione Dostoevskij quando nell’“Idiota” aveva indicato nella bellezza la possibilità di salvezza dell’umanità: “La bellezza può salvare il mondo”.

 

D: L’uomo è fatto di relazioni. Ogni atomo che ci compone e che compone l’intero Universo, è al centro di un sistema complesso di relazioni. Il nostro modello di Società, tende sempre più ad isolarci ed a sostituire le relazioni umane con surrogati tecnologici. Come possiamo tornare ad avere relazioni solide e proficue fra noi e con l’ambiente che ci circonda?

Uno dei grandi limiti dell’età moderna, quindi di noi umani attualmente operanti sulla Terra, è quello di avere spezzato quei legami di relazione, di comunità che hanno accompagnato la storia dell’uomo per secoli e secoli. Ora, il progetto del nuovo umanesimo consiste proprio nel ristabilire i valori abbandonati, nel mettere a centro un essere umano dotato di libertà, di individualità, ma aperto allo sguardo dell’altro, alla comunicazione con l’altro perché, come già aveva ammonito la sapienza cinese-taoista secoli prima di Cristo, “senza l’altro non c’è l’io” ovvero l’altro ci completa, ci arricchisce. Questo programma deve diventare il fondamento soprattutto per le giovani generazioni, per il futuro dell’umanità: dialogare con l’altro, cercare il bene comune, entrare in empatia, in simpatia con l’altro, amare l’altro. E qui voglio ricordare che il valore dell’amore è già nella cultura greca: Antigone, nella tragedia di Sofocle, si presenta come portatrice di amore, e Aristotele scrive che la forma più alta dell’essere umano è l’amore, è la “filia”. L’Antico Testamento (Levitico) fa conoscere questo tema citatissimo “ama il prossimo tuo come te stesso”; il cristianesimo l’amore lo chiama carità, e la carità innalza l’uomo a essere parte della vita di Dio. Anche la cultura atea è arrivata a mettere l’amore al centro: il fondatore della psicanalisi S. Freud in dialogo con A. Einstein afferma – siamo negli anni ’30 del secolo scorso – che solo l’amore può salvare l’umanità dalla catastrofe, e al proposito riprende la citazione tratta dal Levitico che abbiamo fatto ora, “ama il prossimo tuo …”.

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