Nuovi modelli per il settore abbigliamento

di Francesca Cappellaro, ricercatrice in Transizione sostenibile ed economia circolare

L’industria dell’abbigliamento è tra i maggiori settori che inquinano al mondo. A causa della produzione di materiali di scarto e dell’uso di pesticidi nella fase di produzione delle fibre tessili, la moda si rivela il secondo maggiore inquinatore globale. E’ infatti nelle fabbriche tessili che si producono il 10% del totale di emissioni globali di anidride carbonica e il 20% dei rifiuti. Anche il consumo delle risorse si rivela molto elevato, in particolare l’acqua. Si pensi che per produrre due paia di jeans serve 1 kg di cotone che per la sua coltivazione ha un consumo idrico pari a 10.000 litri di acqua. Il cotone è la principale fibre naturale utilizzata nella moda, ma attualmente il 62% dei vestiti sono realizzati con fibre sintetiche come poliestere, acrilico e nylon. Questi materiali durante i lavaggi in lavatrice perdono microfibre e particelle di plastica contribuendo così ad inquinare i fiumi e i mari. La diffusione delle fibre sintetiche ha portato a ridurre il prezzo degli abiti che acquistiamo e ciò ha determinato un’elevata crescita dei consumi, tanto che la produzione dei capi di abbigliamento dal 2000 al 2015 è raddoppiata. Solo nel 2014 si sono prodotti 100 miliardi di vestiti di cui 2 miliardi sono jeans, ma la loro durata si è dimezzata e la vita media di un capo di abbigliamento prima di essere dismesso si è ridotto del 36%.

Quasi la metà degli abiti che gettiamo sono ancora utilizzabili, ma se sono fuori modo o prodotti in eccesso sono destinati a finire in discarica.

Questo modello di produzione e consumo è insostenibile e comporta grandi sprechi di risorse naturali e conseguenti impatti ambientali e sociali. Occorrono nuovi modelli verso una produzione e un consumo sostenibile. Nuovi modi di produrre fibre tessili sono quelli che vedono l’impiego di materiali di origine vegetale. Questi materiali da un lato garantiscono bellezza e alte prestazioni e da un altro riducono gli sprechi e gli impatti ambientali. Un esempio sono nuovi materiali ottenute dalle foglie di ananas oppure fibre tessili estratte dagli scarti degli agrumi o ancora un materiale simile al cuoio realizzato con le alghe.

Ma se da un lato è possibile cambiare le modalità di produzione dei nostri vestiti dall’altro occorre agire sul consumo.

Occorrono nuovi modi di acquistare basati non più sul possesso di un bene, ma sull’affitto. Un esempio è quello di un’azienda olandese che ha inventato una nuova modalità di acquistare jeans basata sull’affitto triennale. Terminato il periodo di affitto, il cliente può decidere se tenere il jeans e in questo caso l’azienda provvede a ripararli gratuitamente oppure se scambiare il jeans vecchio con un nuovo paio in affitto. Infine si può decidere di riportare il jeans e destinarlo per il riciclo. Se è proprio irrecuperabile l’azienda provvede ad inviare la stoffa in una fabbrica che si occupa di riciclaggio dei tessuti. Un altro modello innovativo sono le piattaforme di Renting fashion, che offrono servizi online per il noleggio di abiti da cerimonia o da sfilata a un prezzo molto inferiore di quello al dettaglio. Vi sono poi altre piattaforme di scambio abiti, Sharing fashion, che ispirandosi al modello di Airbnb, offrono la possibilità sia di affittare che di mettere in affitto il proprio guardaroba. Il vantaggio è la possibilità di ottenere un piccolo guadagno ed evitare che abiti in buono stato finiscano in discarica. Infine ispirandosi a Netflix e a Spotify, è nato anche un servizio di abbonamento che a seconda della tariffa consente di ricevere a casa propria un certo numero di capi di abbigliamento e di tenerli in affitto per un mese o più. Cambiare è possibile, occorre osare e iniziare a sperimentare questi nuovi modelli di produzione e consumo. Ognuno per la sua parte. Perché la sostenibilità del pianeta dipende dalle nostre piccole azioni di ogni giorno.

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