L’architettura dell’educazione

di Michele Tomai

 

Viviamo al giorno d’oggi in una realtà dove la produzione e la trasmissione del sapere, e più in generale della conoscenza, avviene in modo parcellizzato e disconnesso, dove le discipline, e di conseguenza anche le professioni, sono sconnesse tra loro, settorializzate, iperspecificizzate. La maggior parte delle discipline sempre meno si interrogano in merito al loro reale scopo etico o obiettivo informale per il quale sono nate e sviluppate, né si domandano che relazione possono avere con l’uomo e le altre infinite parti che lo compongono. Urge la necessità di riconnettere i saperi tra loro, dar voce al bisogno di una multidisciplinarietà che sta all’origine dello studio dell’uomo sull’uomo e di ciò che lo circonda. A proposito di ciò, in quanto particolarmente interessato alle tematiche che ruotano attorno alle scienze dell’educazione come motore del miglioramento delle condizioni di vita individuali e collettive, ritengo indispensabile che queste incontrino le questioni legate alla gestione degli spazi e dei luoghi, dell’edilizia e dell’architettura. Accurati studi condotti da esperti di urbanistica e di psicologia cognitiva dimostrano che il design architettonico e l’ambiente sono in grado di condizionare i nostri stati mentali ed emotivi e influire quindi sulla salute delle persone e sulla qualità della vita. Altre ricerche hanno messo in relazione la maggiore incidenza di alcuni disturbi, come il deficit dell’attenzione, con luoghi poco attraenti e monotoni; di più, un edificio e un ambiente disordinato e caotico provoca effetti deleteri sulla nostra salute mentale dovuto al carico eccessivo di stress. La maggior parte di noi adulti vive quotidianamente tali situazioni; immaginiamo invece le ripercussioni che possono subire soggetti più deboli e vulnerabili come bambini e ragazzi. L’ordine apparente e rassicurante delle nostre città o metropoli è solo uno schermo del primato delle merci e del più sfrenato e disordinato profitto. Lo scenario della città è stato riadattato ad uso e consumo del cittadino medio. La deformazione della città, avvenuta per rispondere alla domanda degli automobilisti, ha impoverito l’esperienza infantile rispetto a quella di qualunque generazione precedente di bambini e ragazzi. Schierandomi in difesa di quest’ultimi, considerandoli risorse attive ed indispensabili, rivendico il loro diritto ad avere il proprio tempo e il proprio spazio nel mondo degli adulti ritenendo fondamentale il valore educativo della strada e della città. L’età dell’indipendenza e della mobilità nella città, l’età per il gioco nelle strade, per prendere gli autobus e camminare da soli o in bicicletta si è progressivamente alzata di generazione in generazione. Il bambino che preferisce uscire fuori di casa viene disincentivato rispetto a quello che decide di stare a casa ottenendo così i vantaggi dello stile di vita consumistico degli adulti: computer, televisione, home video, console ecc. Di fatto gli adulti hanno negato ai bambini la preziosa varietà delle esperienze accessibili nell’ambiente che li circonda. La progettazione urbanistica della città deve tener conto che bambini e ragazzi devono poter usare la città, perché nessuna città è governabile se i cittadini non la sentono propria. Le nostre strade non sono affatto sicure, ma i rischi maggiori non vengono dai criminali o dai malintenzionati, ma dagli automobilisti. Riguardo invece al tema della scuola, sono contento di sottolineare che le questioni relative all’edilizia scolastica stanno prendendo sempre più margine nel dibattito pedagogico e urbanistico. Come evidenziato in precedenza, un luogo stimolante, a misura di bambino, confortevole e accogliente, incide positivamente sull’apprendimento, sulla curiosità e sulla vita emotiva di chi la vive rispetto ad un luogo obsoleto ed a scarso contenuto motivazionale. Ciononostante, a mio avviso, il tema dell’edilizia scolastica assume semplicemente la forma di un rimedio apparente, risulta essere il migliore palliativo rispetto ad un problema più complesso e diffuso come quello del rapporto tra bambino e spazio circostante.

Non è solo la scuola che deve iniziare ad aprire gli occhi ma è l’intera città che deve assumere la connotazione del luogo dell’educazione, della curiosità, della crescita, della trasmissione del sapere, della scoperta, dell’apprendere. Riportiamo allora in auge le idee di Paolo Mottana, di Aldo Rossi, di Ebenezer Howard e delle sue “città-giardino”, realtà utopiche quanto necessarie.

“Per trasformare la città e la campagna in città educante – sostiene Giuseppe Campagnoli, architetto illuminato – occorre intervenire anzitutto nei luoghi su cui posare una nuova organizzazione di quella che una volta chiamavamo scuola perché non sia più distinta e separata dalla vita quotidiana e dai suoi personaggi e perché sia quel motore della conoscenza e della crescita che alla città manca da tempo”.

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