Non si vive di soli motori

di Fabio Balocco

 

L’italiano ha un rapporto morboso con l’automobile. Lo dimostra forse anche il fatto che siamo l’unico popolo che l’auto la chiama “la macchina”, con il che si intende una cosa, un oggetto del tutto familiare, indistinto dalle altre macchine di uso assolutamente comune.

Questo fa sì che italiano ed automobile siano un binomio inscindibile. E questo fa sì che l’Italia sia il primo paese europeo per numero di automobili, secondo solo al Lussemburgo. Ma siamo sicuri che non possiamo che spostarci in auto? Ovviamente non è così. Solo che la pigrizia mentale, il bombardamento che subiamo dai mass media (quanto spazio occupano le automobili negli spot pubblicitari?), ed una relativa agiatezza (un’auto costa non poco), fanno sì che il nostro mezzo abituale di spostamento sia appunto l’autovettura.

bici-a-lavoro-640x426Ivan Illich su tutti ha cercato di far ragionare i suoi lettori sull’assurdità dello spostarsi in auto, specie quando si devono percorrere brevi distanze. Egli individuò perciò nella bicicletta il mezzo ideale di spostamento, ed anche talvolta il più veloce (soprattutto se non si rispettano i divieti…sto scherzando!). Vero è, infatti, che la bicicletta consente nelle nostre città velocità di spostamento superiori a qualsiasi auto. Senza contare che con la bicicletta si fa esercizio fisico, non si consumano carburanti, ed il suo costo è accessibile di massima a qualsiasi tasca.

Egli la definì perciò il mezzo di trasporto più democratico. Ma se la bicicletta è il mezzo ecologico e democratico per eccellenza, non dimentichiamoci delle nostre gambe. E qui faccio un balzo indietro nel tempo, riallacciandomi all’elogio che faceva Henry David Thoreau del camminare, soprattutto quando esso è rivolto all’introdursi nella natura. Solo con il camminare si può altresì entrare dentro se’ stessi. Concetto questo ripreso da John Muir: “Ero uscito solo per fare una passeggiata ma alla fine decisi di restare fuori fino al tramonto, perché mi resi conto che l’andar fuori era, in verità, un andare dentro.”

Bicicletta e gambe in spalla, dunque, per i nostri spostamenti. Ma un’altra sana ginnastica, mentale,

dovrebbe affiancarsi a quella fisica: staccarsi dal mito della velocità, che inquina le nostre menti. Riappropriarsi del valore della lentezza, che ci permette di conoscere più a fondo noi stessi e ciò che ci circonda. Pensando di fare breccia nei desiderata della gente, tempo fa le Ferrovie dello Stato lanciarono uno stupidissimo slogan per sponsorizzare l’alta velocità ferroviaria. Suonava più o meno così: “com’è il paesaggio a trecento chilometri all’ora?”. Non si vede nulla, non si conosce nulla: è positivo forse questo?

Per chi volesse approfondire gli argomenti, consiglio: I. Illich “Elogio della bicicletta”; H.D. Thoreau “Camminare”; L. Maffei “L’elogio della lentezza”.