La vita brevettata

di Silvano Ventura – direzione@viveresostenibile.net

 

La notizia del “matrimonio” tra Bayer, leader mondiale nel settore della chimica per l’agricoltura e Monsanto, leader nella produzione di sementi OGM, è arrivata da qualche settimana, ma oltre alla scossa provocata in Borsa è, tutto sommato, passata in sordina

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Se non fosse che le due mega-aziende in questione, sono presenti nelle vite di miliardi di esseri umani in varie forme, non interesserebbe nulla neanche a me! In fondo, la finanza, in particolare a questi livelli, è roba per pochi, anche se guasta e peggiora la vita di tanti… Questo strano matrimonio, unirà chi controlla il mercato del “seme modificato” a chi produce pesticidi e diserbanti in una sorta di conflitto di interessi dal quale, da semplice cittadino, non vedo nascere nulla di buono. L’agricoltura industrializzata è una sorta di laboratorio a cielo aperto, dove si sperimentano culture sempre più produttive e resistenti. Si, ma resistenti a cosa? Spesso proprio a quelle molecole chimiche studiate per eliminare “erbacce” e parassiti. Così i campi di grano puntellati di papaveri rossi, sono ormai solo nella memoria di chi “pesta questa terra” da un po’. No, non è romanticismo! E’ la constatazione che siamo sempre più accecati dal “rendimento economico” e a quello, al guadagno, alla crescita, al PIL, sacrifichiamo tutto! Anche la salute nostra e dei nostri figli. Ci propinano ormai da anni il “mantra” dell’obbligo di aumentare le rese agricole per ettaro coltivato, come soluzione per sfamare una popolazione mondiale in costante aumento, ma sarà davvero questa la soluzione? Si stima che circa il 75% della produzione agricola mondiale, provenga da piccoli produttori, agricoltori che coltivano appezzamenti da 1 a 10 ettari, in particolare servendo i mercati locali, valorizzando le risorse a loro disposizione (come l’acqua), riducendo la povertà rurale, radicando la popolazione al proprio territorio ed evitando enormi masse migratorie, salvaguardando l’ambiente circostante. Ne consegue che solo il 25% della produzione agricola mondiale, proviene dai grandi produttori. Questo tipo di agricoltura monocultura, ampiamente praticata in nord-america, inquinante, grande consumatrice di prodotti chimici, altamente meccanizzata e quindi dipendente dal petrolio, è basata su monoculture spesso OGM; basti pensare al mais o alla soia. Ma solo una parte di questi prodotti è per l’alimentazione umana, molto è destinato agli allevamenti o agli agro-carburanti. Ha senso perdere bio-diversità, intossicarci ed ammalarci a causa dei prodotti chimici usati in agricoltura, cedere anche la sovranità sulla trasmissione della vita alle multinazionali che brevettano le sementi per intossicarci di carne o per fare il pieno al SUV? Le soluzioni possono solo venire dai cittadini perché credo che il sistema politico sia troppo asservito ai voleri della finanza. Ve ne segnalo alcune di facilissima e immediata applicazione. Sprechiamo meno! In Italia viene gettato il 30% del cibo, nella lunga filiera che va dal produttore ai vari passaggi commerciali, fino alle nostre tavole. Compriamo il più possibile a filiera corta, da produttori locali, prodotti di stagione. Aiuteremo a ridurre la CO2 emessa per i trasporti o per la coltivazione in serra e valorizzeremo l’economia locale. Riduciamo il consumo di carne. Ne gioverà la nostra salute (come ha affermato di recente anche l’OMS) e l’ambiente, inoltre ottimizzeremo l’utilizzo delle risorse agricole. Auto produciamo una parte, anche piccolissima, del nostro cibo. Chi non ha almeno un davanzale al sole per una pianta di basilico, un rosmarino, una salvia e un peperoncino? E sa avete un pezzetto di terra, non coltivate solo rose! In questo modo aumenteremo la resilienza nostra e della nostra comunità, cioè la nostra capacità di sopperire direttamente ai nostri bisogni, di essere meno dipendenti. Insomma è un modo per farci sentire. Per indicare dal basso, soluzioni diverse e locali a problemi globali.