Intervista a Maurizio Pallante

di Silvano Ventura – direzione@viveresostenibile.net

 

In occasione della presentazione del suo nuovo libro: Destra e sinistra addio (Ed. Lindau), abbiamo incontrato per voi, Maurizio Pallante, fondatore del “Movimento della decrescita felice”.

VS.: Maurizio, nel tuo nuovo libro si parla di destra e di sinistra come di categorie politiche ormai superate, obsolete. I nostri politici sono culturalmente impreparati ad affrontare questa fase di transizione tra un modello economico basato sulla crescita continua e infinita e un nuovo modello economico invece fondato sulla responsabilità personale e su una crescita equilibrata rispettosa dell’ambiente e delle risorse che abbiamo disponibili. Come possiamo da cittadini intervenire in questo schema politico e modificarlo?

 

Pallante.: Penso che in questo momento noi non abbiamo la forza di modificare questo schema e non c’è nessuno tra tutti i soggetti politici che può costituire una sponda di riferimento per il nostro progetto. Ho la sensazione che la strada migliore da percorrere sia creare delle situazioni concrete in cui gruppi di persone sperimentino modi diversi di rapportarsi con se stessi e con gli altri e con i luoghi in cui vivono. Il modello che ho in testa è quello dell’agrivillaggio che ho descritto nel libro “Monasteri del terzo millennio”. Non una nicchia in cui delle persone si ritirano cercando una salvezza impossibile a livello individuale, ma luoghi in cui si sperimentano maniere diverse di lavorare e di vivere, con l’obiettivo di attirare l’attenzione delle persone e di dimostrare che “un altro mondo è possibile” non soltanto uno slogan, ma una cosa realizzabile già ora. La forza dell’esempio penso che abbia una capacità trascinante. Conosco sempre più persone che stanno facendo queste scelte e proprio recentemente vicino a dove abito io un industriale ha venduto tutto e ha comprato una cascina, l’ha ristrutturata e pratica l’agricoltura biologica. La ristrutturazione è stata fatta in maniera da non avere bisogno di impianto di riscaldamento, fa la fitodepurazione delle acque, sperimenta delle forme di commercializzazione con i GAS senza passare dalla distribuzione organizzata. Con la sua realizzazione dimostra che questa maniera di vivere è conveniente anche economicamente, e che le tecnologie possono essere utilizzate sulla base di una scelta di carattere etico.

 

VS.: Anticipo allora una domanda che volevo farti dopo ma visto che parli di comunità… Vivere Sostenibile nasce, come riferimento culturale, dal modello delle Transition Towns. E’ il tentativo di mettere in relazione enti, associazioni, aziende e cittadini di un territorio, per farli comunicare sui temi della sostenibilità e rendere così possibile un confronto su un nuovo modello di comunità. Il modello delle Transition Towns tu lo conosci, cosa ne pensi?

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Pallante.: Penso che sia una strada molto interessante da percorrere perché ricostruisce relazioni di collaborazione e il senso del bene comune all’interno di piccole cittadine, riproponendo i modi in cui si viveva nei paesi prima della mercificazione totale iniziata alla fine della seconda guerra mondiale. La parola comunità, che tu hai citato, è composta da due parole latine: la preposizione “cum” che indica il complemento di compagnia e la parola “munus” che significa dono. Le comunità sono gruppi umani in cui il legame sociale è fondato sull’economia del dono cioè sulla riduzione della mercificazione. Il “munus” è il dono del tempo, non il dono delle cose, e implica la reciprocità, sebbene non immediata e perfettamente equivalente. Comunque implica il fatto che se io ti dono del tempo, tu prima o poi me lo restituirai. Queste forme di rapporti fondati sul dono creano legami sociali. Ma non si tratta di un velleitario tentativo di ritorno al passato, perché utilizzano le migliori tecnologie e le conoscenze scientifiche che nei decenni passati non si avevano, per ridurre l’impronta ecologica. Credo che il discorso delle Transition Towns debba, a mio modo di vedere, essere integrato da una visione complessiva di politica economica e industriale. Mi pare che il modello proposto dalle TT, non prenda sufficientemente in considerazione questi aspetti.

 

VS.: Parlando di economia, industria e politica, veniamo a parlare PIL. Il modello di sviluppo economico e industriale dal dopoguerra, anche qui in Italia ma non solo in Italia, si è basato appunto su questo indice che è il PIL, che calcola il valore monetario di tutte le merci e servizi prodotti nel Paese. Tra i tanti indicatori proposti alternativi al PIL, Il GPI (Genuine Progress Indicator) ha come obiettivo la misurazione dell’aumento della qualità della vita (a volte è in contrasto con la crescita economica, che invece viene misurata dal PIL) è forse il più diffuso. Tu, tra i vari indicatori qual è quello che ritieni più vicino a misurare la realtà?

 

Pallante.: Nessuno, perché questi indici, che si presentano come alternativi al PIL, sono in realtà integrativi del PIL: partono dal presupposto che il PIL sia insufficiente perché prende in considerazione solo gli aspetti quantitativi, per cui, per avere un indicatore di benessere efficace. Occorre affiancargli degli aspetti qualitativi. Noi riteniamo invece che il PIL non sia un indicatore insufficiente, ma sbagliato, perché misura il valore economico e monetario delle cose che vengono comprate e vendute. Pertanto, qualsiasi merce scambiata con denaro, anche se priva di utilità, fa crescere il PIL. Per esempio, in Italia per riscaldare gli edifici consumiamo il triplo dei peggiori edifici tedeschi. Un edificio mal costruito fa crescere il PIL più di un edificio ben costruito perché si commercializza uno spreco che comporta anche un danno: l’aumento delle emissioni di CO2. D’altra parte, se delle persone producono dei beni per se stesse, per esempio la frutta e la verdura coltivate in un orto familiare, o si scambiano reciprocamente lavoro senza denaro, fanno decrescere il PIL perché non vanno a comprare le merci corrispondenti e i servizi corrispondenti. Un indicatore. Come il PIL, che considera positive delle cose che sono negative e non considera delle cose positive, non è insufficiente, è sbagliato. Per cui non serve, a mio modo di vedere, affiancargli parametri qualitativi per completare le sue mancanze, ma occorre trovare qualcosa di veramente alternativo. Noi abbiamo cominciato a ragionare in questi termini e proprio la scorsa settimana in un seminario fatto con economisti, psicologi e sociologi abbiamo iniziato a studiare se è possibile individuare delle forme di benessere che prescindano completamente dalla mercificazione. Sono venuti fuori tre indicatori, ancora in maniera incompleta e non approfondita. Uno è il benessere dei bambini da 0 a 3 anni, perché le esigenze in quella fascia d’età sono qualitative ma non riflettono la cultura soggettiva dei ricercatori impegnati a definire cosa sia più importante per la qualità della vita. Tutti i bambini di quell’età hanno gli stessi bisogni. Se una società si organizza in modo da soddisfare i bisogni qualitativi dei bambini da 0 a 3 anni, che è l’età dell’imprinting, avrà poi dei cittadini capaci di instaurare rapporti positivi con gli altri. Un altro elemento che ci sembra importante prendere in considerazione è la riduzione dell’impronta ecologica. L’umanità oggi consuma una quantità di risorse rinnovabili superiore alle capacità di rigenerazione annua del pianeta, anche se i popoli poveri non consumano nemmeno quanto sarebbe necessario per vivere. Inoltre le emissioni di sostanze metabolizzabili dalla biosfera eccedono la sua capacità di metabolizzarle (principalmente l’anidride carbonica). La sopravvivenza stessa della specie umana dipende dalla capacità di rientrare entro il parametro dell’impronta ecologica “pari a 1”. Non possiamo consumare più energia di quella che il sole manda sulla terra e la vegetazione trasforma con fotosintesi clorofilliana. Un terzo parametro è invece l’attenzione nei confronti delle persone più deboli: gli anziani, i bambini piccoli, le persone con handicap, le persone malate, ecc., perché la civiltà di un popolo si misura sull’attenzione che dedica a queste categorie. Probabilmente, sommando questi tre fattori, potremmo definire un parametro di benessere che prescinde dalla mercificazione e dalle preferenze soggettive di chi si propone di elaborare un indicatore di benessere fondato su elementi qualitativi.

 

VS.: Ho ancora due domande molto distanti tra di loro. Parliamo di scelte di politica industriale. Giustamente tu facevi riferimento all’utilizzo, anzi allo spreco che facciamo, ad esempio, di carburante per riscaldare le nostre case. Se noi investissimo in riqualificazione edilizia probabilmente risolveremmo molti problemi tra i quali anche quello dell’occupazione nonché di uno sviluppo intelligente e davvero sostenibile, che porta ad un minor utilizzo di merci.

 

Pallante: Non solo, ma si ridurrebbero le emissioni di CO2 e la propensione alla guerra per avere le fonti fossili. Lo sviluppo delle tecnologie che riducono gli sprechi è una scelta fondamentale. Noi pensiamo che bisogna sviluppare delle tecnologie che non hanno l’obiettivo di aumentare la produttività, com’è nella logica della mercificazione, ma di ridurre per ogni unità di prodotto il consumo di energia, il consumo di materie prime e la quantità degli oggetti che vengono portati allo smaltimento.

 

VS.: Perfetto. L’altra domanda è relativa all’impronta ecologica. Ovviamente l’impronta ecologica misura anche un altro aspetto molto importante che è quello della disparità della distribuzione delle risorse sul pianeta. Abbiamo impronte ecologiche elevatissime nel cosiddetto nord del pianeta e impronte ecologiche bassissime nell’altra parte del mondo. Questa distanza si è ampliata in questo periodo di crisi. Cosa deve succedere perché si vada invece nella direzione giusta, di una più equa distribuzione della ricchezza e delle risorse del Pianeta, tra tutti i suoi abitanti?

 

Pallante.: Forse solo una catastrofe! Sembra che l’umanità non riesca a ragionare, a fare delle svolte se non sotto l’urgenza di catastrofi. Invece quello che io mi auguro, è che venga ascoltato il messaggio forte che sta dando questo Papa. Francesco sta dicendo delle cose che sono condivisibili e le dice con tutta la sua autorevolezza. E’ un grande leader culturale e religioso e quindi viene ascoltato in maniera maggiore. Noi occidentali, dobbiamo smetterla di pensare di dovere insegnare ai popoli che abbiamo depredato come devono vivere e capire che nella loro cultura ci sono elementi che possono insegnare qualcosa a noi. Cose ragionevoli, dettate dall’esperienza e dal buon senso, che erano presenti anche nei modi di vivere dei nostri nonni.

 

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