Numero 40 – giugno 2017

Impresa Alimentare Domestica. Ora si può fare!

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A cura di Giovanni Santandrea, Transition Italia

 

In molti modi e occasioni, nelle pagine di Vivere Sostenibile, si è parlato di come ricercare e inventare nuovi lavori e attività che rispondessero alle esigenze di cambiamento e sostenibilità così fortemente espresse da questi nostri tempi. Aumentano sempre più le persone che ad un certo punto della loro vita vogliono dare un significato diverso alla loro sfera lavorativa e professionale.

E’ possibile avviare una propria attività, dove investire creatività, interessi e passioni?

Stanno nascendo varie possibilità in svariati settori. Tra questi è certamente molto interessante il settore delle produzioni agroalimentari.

Questo è un settore produttivo strettamente collegato con la resilienza della comunità locale, perché ha un’importanza strategica nella rilocalizzazione della catena di produzione che assicura cibo alla comunità. In quella catena agroalimentare, dopo la produzione agricola in campo, si collocano tutti i processi di trasformazione, che operano al fine di realizzare cibi adatti alla conservazione, distribuzione e commercializzazione.

E’ possibile ripensare al settore agroalimentare in dimensione locale? Possiamo uscire dalla dipendenza esclusiva dei prodotti offerti dalla grande industria agroalimentare?

Per fare questo ci sono molte possibilità. In questo articolo cercheremo di esplorare le potenzialità di quelle che tecnicamente vengono definite Imprese Alimentari Domestiche.

Di cosa si tratta? Quali sono le leggi e le normative che le regolano?

Le IAD sono realtà ancora poco conosciute in Italia. A partire dal 2014, prevalentemente nel Nord Italia, sono nate alcune decine di queste esperienza.

Dalla sigla è abbastanza ovvio che con quell’etichetta si identificano vere e proprie imprese che vengono avviate utilizzando gli spazi domestici. E’ un’attività di lavoro indipendente che fino ad ora ha visto l’interesse prevalente delle donne che vogliono conciliare gli impegni di lavoro con quelli della cura famigliare.  Dal punto di vista della normativa di settore, la microimpresa domestica è una piccola impresa inquadrabile nel settore artigianato.

I primi pionieristici progetti, non senza difficoltà burocratiche, sono potuti nascere facendo riferimento al regolamento CE 852/2004 che nel capitolo 3 del suo allegato 2, elenca  esplicitamente le abitazioni private quali sedi ove è possibile preparare alimenti al fine della loro commercializzazione.  Allo stesso capitolo, con precisione, vengono definite le linee guida per una corretta definizione di “luogo adeguato”, in termini di igiene e pulizia, di attrezzature di lavaggio, di condizioni di temperatura adatte alla conservazione degli alimenti trattati. Se qualcuno avesse voglia di avviare una IAD è importante che parta proprio da una attenta lettura di quel regolamento comunitario.

Al momento non esistono ancora linee guida nazionali a cui fare riferimento. Solo la Regione Piemonte ha definito alcuni criteri. Ad esempio il locale (cucina familiare e cucina microimpresa) può essere lo stesso a patto che ci sia una valutazione preventiva e quindi un’autorizzazione ufficiale da parte della ASL competente. Se manca tale autorizzazione bisogna prevedere locali separati, e quindi si riducono notevolmente le possibilità di realizzazione.

Per poter operare correttamente è bene conoscere, ed applicare, altri regolamenti dell’Unione Europea.

Il Regolamento CE 1169/2011 contiene le normative di riferimento per l’etichettatura alimentare, mentre il Regolamento CE 178/2002 definisce le regole per la rintracciabilità degli alimenti.

Se una persona è interessata ad avviare una IAD da dove deve cominciare?

Prima di esaminare le questioni tecniche e burocratiche bisogna dire con assoluta chiarezza che prima è importante definire il progetto generale, insomma è necessario mettere a fuoco l’idea vincente che caratterizzi la propria produzione. Tale idea, per poter sopravvivere, dovrà competere con la grande produzione industriale. Per fare questo non è male sperimentarsi con produzioni da regalare ad amici e parenti. Sicuramente potranno restituire preziosi feedback per dare una direzione vincente ai propri sogni. Sperimentare in questa modalità non richiede investimenti, non presenta particolari ostacoli burocratici, e in modo semplice costituirà un primo test per valutare le proprie capacità, e capire se si vuole veramente intraprendere la strada della IAD.

In questa fase sarà anche molto utile provare a redigere un business plan che, se fatto con cura, ci restituirà degli importanti indicatori di fattibilità del progetto imprenditoriale.

Per completare la preparazione, prima di passare alla fase operativa, è consigliabile anche verificare se esistono bandi a sostegno alla propria impresa. Questi aspetti possono essere anche affrontati con il supporto delle organizzazioni di categoria.

E poi concretamente quali sono i passi successivi? A chi bisogna comunicare l’inizio della propria attività di impresa? Quali sono i costi che si devono affrontare?

Nella creazione di una IAD esistono molte variabili che dipendono dal contesto del territorio in cui si opera. Proviamo a dare alcune indicazioni che dovrebbero essere comunque valide.

  • Il primo passo, a meno di non esserne già in possesso, è quello di ottenere la certificazione HACCP che fornisce le nozioni necessarie per prevenire la contaminazione degli alimenti. Bisogna frequentare un corso della durata di 8 ore. Periodicamente, in modo analogo agli aggiornamenti per gli addetti alla sicurezza, è obbligatorio un corso di aggiornamento. Ha un costo molto variabile, dipende dal soggetto che lo eroga. Esistono anche corsi via web;
  • Bisogna inoltrare al SUAP (Sportello Unico Attività Produttive) del Comune in cui opera la SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività). Da qualche anno il Governo italiano ha introdotto normative di semplificazione per l’apertura di nuove attività. Consultare il sito: impresainungiorno.gov.it;
  • Richiesta di permessi all’ASL, la quale avrà anche il compito di verificare le carattersitiche domestiche ed, eventualmente, indicare adattamenti e modifiche strutturali;
  • Allo stato attuale delle cose è poi obbligatoria l’iscrizione alla CCIAA (Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura);
  • E ovvio che è necessario aprire una partita IVA che permette di poter fatturare ai propri clienti. In questa fase è bene farsi consigliare da una bravo commercialista per scegliere bene il regime contabile fiscale. Questo passaggio si può fare solo dopo aver effettuato la registrazione, a fini contributivi, della propria attività all’INPS.

Questi sono i passaggi fondamentali per potere iniziare a produrre e trasformare in casa propria alimenti e cibi, e tutti hanno un costo. Poi sono da considerare i costi di adeguamento locali e macchinari necessari. Questi sono molto variabili, in funzione delle specifiche esigenze.

Sicuramente è da preventivare un investimento iniziale di qualche migliaio di euro.

A chi si può chiedere supporto?

Per gli aspetti di base, come accennato prima, si può far riferimento alle associazioni di categoria.

Fortunatamente per gli aspetti più specifici delle IAD, si è da poco costituita l’associazione IAD Italia. E’ nata a partire dall’esperienza sul campo e dall’entusiasmo di alcune donne che per prime hanno realizzato la loro IAD. I servizi che offre l’associazione agli associati sono molteplici:

  • sportello informativo di orientamento
  • consulenza e assistenza per l’apertura di un’impresa alimentare domestica;
  • rete di professionisti per l’assistenza legale, commerciale e tecnica necessaria alla vita della IAD;
  • promozione delle attività commerciali degli associati attraverso eventi e accordi con partner commerciali.
  • coordinamento organizzativo, a livello locale e nazionale, delle imprese alimentari domestiche e delle loro iniziative;
  • valorizzazione e salvaguardia delle attività artigianali di interesse culturale legate alla produzione, conservazione e trasformazione degli alimenti.

Per conoscere meglio IAD Italia si può visitare la loro pagina Facebook, oppure scrivere loro una mail all’indirizzo: associazione.iaditalia@gmail.com

Come recuperare un campo incolto e continuare ad essere resilienti

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di Carla Veronesi – mucchio85@libero.it

 

L’esperienza maturata in 30 anni di condivisione abitativa in un complesso rurale sulle colline di San Lorenzo – il Cohousing Il Mucchio a Monte San Pietro (BO) – ci hanno insegnato l’autosufficienza e la resilienza necessaria per affrontare un progetto abitativo e di scelta di vita in un contesto rurale, che abbiamo realizzato in auto-ristrutturazione e in una visione di recupero.

Singole unità abitative e spazi comuni interni ed esterni che gestiti in condivisione hanno permesso risparmio economico e la messa in gioco di competenze e abilità in un continuo scambio sia fra i singoli componenti del cohousing ma anche con soggetti esterni.

L’azienda agricola è nata sia dalla necessità di valorizzare gli spazi verdi della proprietà (già in piccola parte utilizzati per prodotti orticoli per l’autoconsumo), sia per compensare l’interruzione di attività lavorative che si sono presentate per alcuni componenti del cohousing (chiusure attività, prepensionamenti). La scelta della coltivazione della lavanda va nella direzione sia occupazionale, sia volta al recupero di un terreno incolto da decenni. L’impianto di 5000 piante di Lavanda Officinale Angustifoglia o Lavanda Vera permette, data la conformità del terreno e la necessità di non intervenire nella sua lavorazione per evitarne la erosione, una coltivazione perenne di gradevole impatto ambientale creando un aspetto spettacolare al momento della fioritura (a inizio giugno) e di un piacevole utilizzo per il benessere della persona.

La coltivazione naturale, il raccolto fatto a mano e le successive lavorazioni ne consentono un uso decorativo, alimentare e terapeutico. Fondamentale è la collaborazione con l’Istituto Tecnico Agrario Spallanzani di Monte Ombraro sia per l’aspetto di supporto tecnico, sia per le fasi della filiera di lavorazione del fiore di lavanda.

Il raccolto della Lavanda Officinale Angustifoglia viene in gran parte conferito all’Istituto di Agraria per la produzione di olio essenziale che avviene tramite distillazione a vapore, creando un prodotto utile per le sue proprietà calmanti, balsamiche, analgesiche, e cicatrizzanti.

Una piccola parte del raccolto viene destinata ad uso alimentare, previa essicazione naturale all’aria, con la possibilità di creare ricette gradevoli, tisane, sali e zuccheri aromatizzati.

Un piccolo raccolto di Lavanda tipo Lavandino presente nei giardini fornisce un prodotto utile per il confezionamento di oggetti decorativi ed utili alla profumazione ambientale.

Negli anni abbiamo sperimentato la sostenibilità e l’autosufficienza effettuando scelte di riuso, risparmio energetico, riqualificazione per meglio rispondere a necessità economiche, pratiche e di coerenza con il progetto di vita che 30 anni fa abbiamo scelto. Abbiamo sperimentato un compostaggio in grado di riutilizzare e trasformare una gran parte dei rifiuti organici prodotti in azienda, che in una compostiera di 9 metri i lunghezza per 3 di larghezza, all’aria e in una rotazione triennale conferisce un terriccio morbido e utile per la coltivazione orticola.

Con il ripristino di 2 cisterne sotterranee, una delle quali di antico utilizzo, siamo in grado di recuperare le acque piovane necessarie per l’irrigazione degli orti e dei giardini, che in abbinamento ad un pozzo di raccolta di acque sorgive escludono quasi completamente l’utilizzo delle acque pubbliche a scopo agricolo.

La scelta dell’impianto fotovoltaico da 6 kw effettuata 5 anni fa permette quasi la totale autonomia energetica. Usiamo solo lampadine Led e con la potatura e la manutenzione dei nostri piccoli boschi viene garantita una integrazione quasi totale con il riscaldamento a legna sia per le singole abitazioni che per i luoghi comuni.

 

Biolca: una birra a misura d’uomo

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di Michele Clementel – Birrificio Vecchia Orsa

Per artigiani di birra come noi “senza terra” produrre bio vuol dire acquistare malti e luppoli bio. Infatti il processo di produzione di una birra artigianale bio o di una artigianale convenzionale è identico.
Si può quindi confermare che il grande salto è fra la birra industriale e l’artigianale mentre il “piccolo” salto è fra artigianale e artigianale biologica. Piccolo ma non troppo considerate le difficoltà di reperimento di alcune materie prime bio, le ottemperanze della certificazione, solo per citarne alcune.
Fin dal 2010, come Birrificio Vecchia Orsa, su richiesta dei GAS avevamo sviluppato una birra prodotta con malti biologici non certificata ed è stato quindi naturale nel 2013, passato il terremoto e con il nuovo impianto di San Giovanni in Persiceto (BO) costruire con Alce Nero un percorso di certificazione del birrificio e di una birra bio.
Nasce così la Biolca, prima birra biologica certificata in Emilia Romagna, una Golden Ale chiara e poco alcolica. Nasce semplice e comprensibile nel senso più letterale dei termini.
Il nome delle nostre birre è sempre collegati alla loro storia e nell’etichetta si può leggere: “Quando il tempo e il lavoro erano a misura d’uomo ed il terreno forniva sano nutrimento, l’unità di misura della terra era la Biolca, la quantità di terreno che un contadino poteva arare con un paio di buoi in una giornata”.
Una misura relativa, diversa tra pianura e montagna, fra terreno sassoso e sabbioso perché legata alla capacità di lavoro e non solo alla cordella metrica. Era questo il nome che cercavamo per la nostra birra.
Inizialmente imbottigliata da 66 cl. ora è disponibile in un formato da 33 cl. e in fusto.
Ripensata l’etichetta  che sottolinea la fierezza del lavoro e la lotta contadina tipicamente emiliana.

Il numero di giugno di VIVERE SOSTENIBILE

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L’ambiente questo dimenticato… se ne ricorderanno perdavvero i grandi del mondo a riunione questo mese a Bologna? Considerazioni e speranze si uniscono, sempre restando consapevoli, scegliendo fiori con cui nutrire corpo e anima e andiamo scoprendo app per la mobilità sostenibile, così come l’evoluzione dell’Impresa Alimentare Domestica che ora si può fare, o dove portare i nostri bimbi in questa estate ormai alle porte. E viaggiamo, sì viaggiamo, tra le passioni di chi fa birra artigianale, di chi coltiva rispettosamente e con cura la terra, alla scoperta di utopie realizzate, come quella del paese spagnolo di Marinaleda, dove la pace, il senso civico, la condivisione e il lavoro sono una realtà tangibile… il tutto seguendo un nuovo amico: il NANO ECOLO, imparate a conoscere la sua curiosità e la sua simpatia, siamo certi vi conquisteranno!
Buona lettura del numero di Giugno di VIVERE SOSTENIBILE a Bologna.

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