I Giovani e il Clima

di Francesco Ventura, Studente di Scienze Politiche UniBo

Riesaminare il concetto di crescita infinita e ricostituire gli ecosistemi. Ecco la strada per ridare una speranza di futuro alle giovani generazioni

Il rapido cambiamento climatico, dovuto all’insaziabile fame di crescita economica (per pochi a scapito di moltissimi) e al positivismo a dir poco ottocentesco di molti dirigenti, ha portato ad un’accelerazione esponenziale e innaturale di questo processo naturale tipico del nostro Pianeta.
L’aumento medio delle temperature di +1.2°C nei capoluoghi di provincia rispetto agli anni 1971-2000, la diminuzione di 132 mm delle precipitazioni medie e la desertificazione imperante, sono degli interessanti indicatori di questo fenomeno.

Ma vi vorrei parlare di come il cambiamento climatico venga percepito dalla fascia di popolazione più coinvolta, spesso fraintesa e più impotente della società: i giovani.

Per analizzare adeguatamente la percezione dei giovani riguardo il cambiamento climatico bisogna tornare al 2018, l’anno del primo Fridays for Future e delle contestazioni giovanili in tutto il mondo per il rispetto dell’ambiente e un futuro sostenibile (visto allora come un nuovo ’68 dai boomer più idealisti e rivoluzionari, ma che come vedremo fu tutt’altro).

Già allora questo fenomeno non era nuovo, considerando che la prima pubblicazione di Nature riguardo il buco dell’Ozono risale al 1985, era già stato lanciato il primo degli avvertimenti degli scienziati della Union of Concerned Scientists, che era già stato firmato non solo il protocollo di Kyoto, ma anche quello di Montreal ed era già stato firmato l’accordo di Parigi sul clima del 2015.

In una situazione del genere, qualsiasi uomo di potere con un minimo di buon senso si sarebbe per lo meno impegnato nel processo di transizione ecologica, in favore delle fonti rinnovabili. Avrebbe agito per una conversione dell’inefficiente e inquinante apparato industriale e agricolo al fine di non aggravare ulteriormente lo strascico di problemi irrisolti annunciati dalla comunità scientifica, già nel 1992.

Per analizzare cosa sia successo nel 2018 e cosa stia succedendo ora, bisogna obbligatoriamente tornare indietro al 2017, anno in cui Emmanuel Macron alla cop23 di Bonn disse: “la soglia dell’irreversibile è stata superata… se continuiamo così è come se accettassimo tacitamente e collettivamente la sparizione di popolazioni qui rappresentate” e infatti stiamo vedendo come tanti stiano soccombendo all’innalzamento del livello dei mari, ai conflitti armati, alla siccità, alle carestie ed epidemie dilaganti.

Già allora, sebbene non fosse di moda, la coscienza ecologica era già ben forte e presente in Europa, grazie alle organizzazioni attiviste e alla loro divulgazione. Inoltre ricordiamo che già nel 2011 ci fu la vittoria della coalizione Verdi-Spd in Baden-Wuerttemberg e nel 2017 i Verdi erano un partito d’opposizione affermato e presente in buona parte d’Europa.

Proprio in quell’anno gli effetti dei cambiamenti climatici riuscirono a riflettersi trasversalmente su tutta la politica occidentale tramite la calura

Le torride temperature estive percepite nell’emisfero boreale che toccarono l’apice il 4 agosto, registrando la giornata più calda del secolo qui in Italia, crearono nella fascia tropicale situazioni invivibili, peggiorate dalle carestie e dai conflitti armati o da terribili allagamenti durante la stagione delle piogge. Dalla Nigeria al Guatemala o dal Bangladesh alla Somalia, coloro che se lo potevano permettere iniziarono un viaggio della speranza, spesso morendo nel tentativo, di raggiungere l’Occidente, la terra dei Sogni e della Libertà, appoggiandosi ad organizzazioni criminali che li ripulivano dei pochi soldi che possedevano.

La lenta crescita economica, l’alto tasso di disoccupazione e la sfiducia nelle istituzioni, se non proprio nella loro instabilità, portò ad un generale senso di rabbia e di impotenza in tutto l’Occidente che soltanto le destre populiste riuscirono a trasformare in consenso, accusando i nemici della nazione interni (i vari partiti liberal-socialisti, le lobby, la BCE…) e quelli esterni (gli immigrati, che declinati al contesto di rifermento per gli americani sono i messicani e per noi i migranti africani), promettendo più posti di lavoro, oltre che politiche a sostegno della concentrazione della ricchezza.

Proprio in quell’estate il presidente americano Donald Trump, il papà di tutti questi populisti, decise che, per far tornare gli USA al primo posto e far riaprire delle vecchie acciaierie in Kentucky, bisognasse scindere gli accordi presi a Parigi per permettere agli Stati Uniti di emettere gas serra incondizionatamente. Non pago di ciò, divenne l’alfiere degli anti-ambientalisti sostenendo innanzitutto che il cambiamento climatico non esistesse e poi che fosse qualcosa di naturale e non così grave.

Qualche mese dopo la Union of Concerned Scientists pubblicò il suo secondo avvertimento e monito ad un serio impegno verso una transizione ecologica, a meno che non si gradisca una bella estinzione di massa, ma oltre a conferenze di capi di stato europei e grandi orologi che annunciavano il countdown verso l’irreversibile, poco accadde.

Da questo clima di angoscia e di indifferenza, in cui non appariva alcun futuro, Greta Thunberg riuscì a canalizzare la rabbia e la frustrazione di un’intera generazione, a livello mondiale, per un futuro “fottuto”.
Nella sua giovane figura con l’impermeabile giallo, è diventata a sua volta un simbolo dell’ambientalismo.

Per quanto brava e coraggiosa sia stata ad unire tante persone, dalle più disparate parti del mondo e a far aprire loro gli occhi sulla condizione climatica, rendendo la tematica di moda, i cortei del Fridays for Future son stati sempre diversi…

Infatti, inizialmente l’alta partecipazione e la sua diffusione mondiale fecero eccezionalmente da cassa di risonanza in modo che il problema entrasse, tramite i mass media, al “tavolo” di ogni famiglia e successivamente di ogni istituzione.

Purtroppo, il dibattito ben presto virò dall’etica di Greta, dell’immediata necessità d’innovazione e d’azione a Greta in sé, concentrando sulla povera adolescente svedese un incredibile shitstorming tra meme ed articoli che la ritraevano come una jettatrice, rompipalle ed autistica.

Come dicevo prima, questi cortei sono sempre stati differenti poiché al posto di rabbia ed indignazione, l’atmosfera generale che respiravamo era di frustrazione, disperazione ed impotenza. Ci sentivamo come passeggeri in una macchina da corsa senza freni al massimo della velocità, con il guidatore che continua ad accelerare. Più che un corteo era spesso una processione per la morte della Terra.

Dopodiché né la questione ambientale, né gli insulti a Greta, riuscirono a mantenere vivo l’interesse dei media che fecero cadere l’intera questione nel dimenticatoio, per la gioia di Trump & Co.

Gli anni si susseguono ed ogni estate è la più calda della storia.

Credo che a questo punto anche il più anti-ambientalista abbia il sospetto che la Terra sia diventata più calda, e l’angoscia per il futuro non diminuisce, anzi cresce, costringendoci a vivere in un eterno presente senza curarci del domani, hakuna matata, o distaccandoci dalla realtà, creandoci il nostro metaverso controllabile in cui essere padroni di qualcosa, sicuramente non del nostro futuro.

Credo che la generazione X non possa capire lo sconforto per la sicurezza di un futuro già compromesso, che sarà quasi sicuramente peggio del presente, e la rassegnazione al Peggio e al Peggio del peggio (neanche durante la più buia fase della Guerra Fredda si è dovuti passare da una pandemia ad un conflitto europeo nel giro di poco più di un anno) tutto ciò si tramuta in una forte sfiducia nelle istituzioni.
Da un sondaggio paneuropeo Ipsos emerge che il 75% dei giovani crede che il governo abbia priorità sbagliate, il 74% crede che il governo non ascolti la gente comune e infine il 72% pensa che sia pericoloso ed irresponsabile (non a caso nelle ultime elezioni c’è stato un astensionismo giovanile del 37%, impensabile se fossimo stati negli anni ’70).

Inoltre, bisogna capire anche che i giovani hanno opinioni molto diverse tra di loro e spesso opposte: dalla politica, in cui alle scorse elezioni più di 1 giovane su 5 ha votato liste minori spesso esterne alle coalizioni, fino all’ecologia, in cui poco meno della metà dei giovani europei (46%) considera il cambiamento climatico uno dei maggiori problemi al mondo, con addirittura un 8% che ne nega l’esistenza.

In Italia abbiamo percentuali più rassicuranti, con un 54% dei giovani che considera il cambiamento climatico come uno dei maggiori problemi.

Ma ahimè, anche se fossimo motivati a far partire un cambiamento (abbiamo 8 su 10 ragazzi che potrebbero votare o hanno votato politici che lo pongono fra le priorità), purtroppo la politica italiana preferisce parlare di pensioni per attingere al suo bacino elettorale, piuttosto che incentivare le energie rinnovabili, riesaminare il concetto di crescita infinita e ricostituire gli ecosistemi danneggiati italiani.

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