Incontro con Patrizio Roversi, di ritorno dalla Tanzania

di Matteo Savi

 

Buongiorno Patrizio, cosa ti ha spinto a partire di nuovo? Perché proprio la Tanzania?
Nel mio recente viaggio in Tanzania con CEFA ho deciso di essere “testimone oculare”. Sono stato spinto un po’ anche dal mio “egoismo” perché, considerato che il mondo è piccolissimo e che ciò che succede in Tanzania ha delle ripercussione anche a casa mia, volevo capirlo da vicino.

Immagino non sia stata una vacanza comoda. Puoi raccontarci il tuo itinerario?
Il viaggio è iniziato dal distretto di Kilolo, nel sud-ovest della Tanzania, dove CEFA, insieme alla popolazione locale, sta promuovendo l’agricoltura familiare, sta cioè creando un consorzio agrario per distribuire sementi, dare formazione e consulenza agli agricoltori, ma anche fornire macchine agricole, tutte attività di fondamentale importanza perché la gente resti sulla propria terra, vivendo della propria terra. A questo si aggiunge un sostegno nella commercializzazione dei prodotti agricoli affinché gli agricoltori diventino piccoli imprenditori e vendano l’eccedenza per avere un po’ di denaro per mandare i figli a scuola, comprare ciò che è necessario per vivere dignitosamente. Da questo viaggio ho capito che CEFA vuole evitare alle comunità rurali la sciagura più grave cioè l’inurbamento.

L’agricoltura sostenibile è stata quindi il filo conduttore del viaggio?
Sì ma abbiamo anche fatto visita ad altri importanti progetti che CEFA sta portando avanti, come ad esempio quello dell’elettrificazione nella zona rurale di Ikondo, nel sud-ovest del paese. Questo significa la conservazione del cibo, ma anche la possibilità di aprire piccole aziende, come la produzione di marmellate o una segheria a Bomalangombe. Ho sperimentato in Tanzania un modello di sviluppo che funziona, fatto non di coltura intensiva, ma di coltura e cultura familiare che sa valorizzare ciò che c’è!

Allora sei partito per essere “testimone oculare” del lavoro di CEFA. C’è qualcosa che ti è rimasto più impresso?
Mi ha colpito il fatto che i tanzaniani di Njombe, nel profondo sud, abbiano sempre avuto vacche, una o due per ogni famiglia, ma quelle autoctone, le zebù, non producevano abbastanza latte, così è bastato ibridarle con delle frisone per migliorarne la produzione e questo è avvenuto senza sconvolgere il modello esistente.  E mi è sembrato intelligente la creazione della filiera del latte, così da poter partire dalla produzione per poi trasformare il prodotto fino ad arrivare alla commercializzazione. Grazie a questo viaggio, ho potuto davvero raccontare non le buone intenzioni, ma dei progetti conclusi con successo. Insomma sono progetti meditati e radicati sul territorio. Si intuisce chiaramente che non può essere soltanto lo sviluppo industriale il modello economico per la Tanzania, bensì l’agricoltura familiare, che potrebbe essere la ricetta per sfamare il paese e, perché no, il mondo.

Allora è da un po’ che è cominciato questo lavoro?
Tutto questo ha una storia, è iniziato da tempo, dagli anni ‘80, quando i primi cooperanti di CEFA sono arrivati in Tanzania. Alla base c’è stata una mediazione politica di Giovanni Bersani, fondatore di CEFA e membro del Parlamento italiano ed europeo, con il presidente della Tanzania, Nyerere, oltre a uno stretto rapporto con la Chiesa cattolica locale.

CEFA – Il seme della solidarietà Onlus
www.cefaonlus.it
FB: Cefa – Il seme della solidarietà

 

 

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