Waterfootprint: l’acqua nascosta nel cibo che mangiamo

di Francesca Cappellaro, ricercatrice Ingegneria della Transizione

L’estate scorsa è stata caratterizzata dal problema della siccità che ha colpito due terzi dell’Italia. Questa ha portato problemi di emergenza idrica e anche importanti danni all’agricoltura, che è il settore che assorbe maggiormente acqua. In particolare l’agricoltura di tipo intensivo è quella che determina i maggiori consumi idrici: a livello mondiale, circa 2,7 milioni di m3 di acqua sono consumati dalle attività agricole (contro mezzo milione per l’industria e 200.000 per gli usi domestici). I prelievi idrici dovuti all’irrigazione e all’allevamento alterano la portata dei corsi d’acqua e anche le caratteristiche del suolo, come ad esempio la sua salinità, che influenza la fertilità dei terreni. E’ necessario un cambiamento nel nostro sistema produttivo e spesso non ci rendiamo conto che molto è dovuto dalle nostre scelte alimentari. Alla base dei prodotti che consumiamo è associato un importante consumo idrico, che non corrisponde solo all’acqua contenuta fisicamente prodotto, ma anche a quella consumata per realizzarlo durante le fasi della sua produzione, compresi i trasporti e gli imballaggi. Questo consumo d’acqua è noto col nome di acqua virtuale o anche Waterfootrpint, ossia impronta idrica. Grazie a uno studio del Water Footprint Network, per ogni prodotto è possibile calcolare l’impronta idrica. Un esempio è il grano, che a livello globale consuma circa 790 miliardi di m3 all’anno di acqua. Questi equivalgono al 12% dell’utilizzo totale di acqua per la produzione di prodotti agricoli. Il commercio internazionale di grano muove 75 miliardi di m3 all’anno di acqua virtuale, l’equivalente del 6% circa del totale dei flussi internazionali di acqua virtuale. Da ciò è possibile calcolare l’impronta idrica di 1 kg di grano che è pari a 1.300 litri di acqua virtuale. Nei suoi prodotti derivati come pane, pasta è quindi inclusa l’acqua virtuale della produzione del grano e quella dovuta alle lavorazioni industriali cui sono sottoposti. Si determina così che l’impronta idrica di una fetta di pane di 30 g è pari a 40 litri, mentre quella di un chilo di pasta secca è di circa 1560 litri. Se consideriamo invece la pizza, la sua impronta idrica è pari a 1.150 litri, perché occorre sommare l’impronta idrica di tutti i suoi ingredienti, quindi farina (620 litri per kg), passata di pomodoro (758 litri per kg) e mozzarella (7.117 litri per kg). Grazie al calcolo dell’impronta idrica possiamo conoscere la waterfootprint dei nostri pasti quotidiani. Maggiori sono le fasi della catena produttiva, come nel caso di alimenti industriali e di provenienza animale, maggiore è il consumo di acqua. E’ stato stimato dal Barilla Center for Food and Nutrition (BCFN, 2011) che il consumo d’acqua virtuale di una dieta vegetariana consuma circa dai 1.500-2.600 litri al giorno. Un regime alimentare ricco di carne arriva invece a un consumo d’acqua pari a circa 4000-5400 litri. In base alle nostre scelte alimentari, possiamo quindi ridurre i consumi idrici e arrivare a risparmiare anche 2.500 litri d’acqua ogni giorno! Il nostro attuale regime alimentare che caratterizza i paesi occidentali non è sostenibile: se tutti gli abitanti del pianeta lo adottassero, vi sarebbe un incremento dei consumi di acqua pari al 75%! Se vogliamo contribuire a ridurre gli sprechi idrici, impegniamoci sì a chiudere i rubinetti e a usare l’acqua con responsabilità, ma agiamo anche sul tipo di menù che portiamo sulle nostre tavole: davvero può fare la differenza!

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